Sharon Alviz Un percorso tra arte, energia e percezione
Nel panorama della fotografia contemporanea esistono autori che cercano immagini spettacolari e altri che cercano qualcosa di molto più sottile: la struttura invisibile che organizza il mondo.
La fotografa e artista visiva colombiana Sharon Alviz appartiene a questa seconda categoria.
L'ho incontrata con il progetto NNC GALLERY LONDON,
https://www.nonamecollectivegallery.co.uk
e l'ho poi pubblicata sulla mia rivista 100 ART PHOTOGRAPHY
https://www.nonamecollectivegallery.co.uk/100artphotomag
Il suo lavoro si muove tra fotografia concettuale, ricerca simbolica e pratiche energetiche. Non è una fotografia che vuole semplicemente rappresentare il mondo. È una fotografia che prova a interrogarlo.
Alla base della sua ricerca c’è una domanda molto semplice e allo stesso tempo radicale: quanto della realtà che percepiamo è davvero oggettivo e quanto invece è costruito dai sistemi di credenze che abbiamo interiorizzato?
Per Sharon Alviz l’immagine fotografica diventa quindi uno spazio di indagine, un luogo dove osservare il rapporto tra mente, percezione e universo.
Geometria, colore e ordine nascosto
Una delle caratteristiche più evidenti del lavoro di Sharon Alviz è l’attenzione verso la geometria dello spazio.
Superfici, linee, architetture, elementi naturali e campi cromatici diventano la base di composizioni essenziali, spesso silenziose, costruite con grande precisione.
Il colore assume un ruolo centrale nel suo linguaggio visivo.
Non è soltanto un elemento estetico ma una vera e propria frequenza simbolica. Le sue palette cromatiche sono spesso delicate, ma un colore emerge sempre con maggiore intensità, diventando il punto energetico dell’immagine.
In molte fotografie compare una figura umana isolata nello spazio. La presenza umana non domina la scena. È quasi una traccia, un elemento che attraversa la composizione e che suggerisce la relazione tra individuo e universo.
Questa tensione tra ordine geometrico e presenza umana genera immagini che sembrano sospese tra contemplazione e interrogazione.
L’influenza di Emma Kunz e la radiestesia
Una parte fondamentale della ricerca di Sharon Alviz nasce dall’incontro con la figura della guaritrice e artista svizzera Emma Kunz.
Emma Kunz sviluppò negli anni Trenta un sistema di ricerca basato su pendoli e diagrammi geometrici attraverso i quali esplorava le energie della natura. I suoi lavori, realizzati con pigmenti e minerali, erano pensati come strumenti terapeutici.
Questa visione ha profondamente influenzato Sharon Alviz.
L’artista integra nella sua pratica la radiestesia, utilizzando pendoli e pratiche energetiche come parte del processo creativo.
Attraverso domande guidate e strumenti radiestesici, costruisce composizioni in cui geometria, luce e colore diventano elementi di un linguaggio che tenta di connettere dimensione estetica e dimensione energetica.
In questo modo la fotografia smette di essere soltanto rappresentazione e diventa una forma di ricerca interiore.
Arte e guarigione
Sharon Alviz unisce la sua attività artistica al lavoro come terapeuta energetica. La sua pratica incorpora cromoterapia, gemmoterapia e radiestesia.
Per lei il colore non è semplicemente una scelta formale ma una vibrazione capace di influenzare la percezione dello spettatore.
Le sue immagini non rappresentano il silenzio perché manca il caos. Piuttosto mostrano il momento in cui il caos viene trasformato.
Questa dimensione terapeutica attraversa gran parte dei suoi progetti artistici. Le opere diventano spazi di riflessione su temi universali come identità, amore, paura e trasformazione.
L’artista parte da un’immagine potente: l’idea che gli esseri umani abbiano sviluppato una sorta di “anima di plastica”. Un’anima fredda dentro un corpo caldo, convinta di poter vivere separata dal sistema vivente che nutre e sostiene la nostra esistenza.
Attraverso questa serie, Sharon Alviz trasforma il corpo umano in un contenitore simbolico in cui la plastica ritorna sulla scena. Il corpo diventa così un oggetto tra gli oggetti del pianeta, rivelando una profonda svalutazione della vita e del legame tra umanità e natura.
Il progetto nasce da una riflessione personale dell’artista su ciò che l’essere umano restituisce alla Terra e su ciò che invece riceve da essa. Questa tensione genera una doppia prospettiva: da una parte l’indifferenza che ha portato alla crisi ecologica, dall’altra la possibilità di un risveglio.
Secondo Sharon Alviz, quando le persone recuperano il loro amore per il pianeta, si riconnettono con la geometria che vive all’interno delle loro cellule e possono sviluppare nuovi modi di pensare e di agire.
In questo processo emerge un nuovo essere umano: più consapevole, più empatico e capace di riconoscere la propria interdipendenza con la Terra.
Plastic Soul ci ricorda che siamo una riflessione del pianeta stesso.
Solo quando iniziamo a interrogarci sul nostro ruolo di co-creatori con la Terra possiamo comprendere davvero il nostro posto nel mondo.
The Universal Laws of Love
Ogni fotografia del progetto si collega a un esagramma dell’I Ching associato alla montagna e ai cinque elementi della tradizione taoista. La figura femminile vestita di rosa diventa il simbolo di un percorso verso la comprensione delle leggi universali che regolano l’esistenza.
Il progetto nasce da una riflessione personale su una relazione sentimentale fallita e sulla convinzione che la paura dell’amore rappresenti una delle grandi ferite della società contemporanea.
Attraverso queste immagini Sharon Alviz cerca di esplorare la possibilità di una vita allineata con ciò che definisce “le leggi universali dell’amore”.
As Above So Below
Secondo questa tradizione il mondo esterno riflette ciò che accade dentro di noi.
Durante i mesi di isolamento l’artista ha trascorso molto tempo osservando il mondo vegetale e riflettendo sulle cosiddette sette leggi universali della filosofia ermetica. Ogni fotografia diventa una meditazione su questi principi e sul rapporto tra mente umana e universo.
La contemplazione della natura diventa così uno strumento per comprendere meglio il funzionamento della realtà e della coscienza.
Una fotografia che invita a rallentare
Ciò che rende il lavoro di Sharon Alviz particolarmente interessante è la sua capacità di tenere insieme rigore formale e ricerca interiore.
Le sue immagini sono costruite con grande precisione compositiva, ma allo stesso tempo aprono uno spazio di riflessione che va oltre la dimensione puramente estetica.
In un’epoca dominata da immagini rapide e superficiali, il suo lavoro invita a fare esattamente l’opposto: rallentare lo sguardo, osservare con attenzione e interrogarsi su ciò che vediamo.
La fotografia diventa così non solo un mezzo artistico ma anche uno strumento di consapevolezza.
Vanessa Rusci
Racconto al fotografia contemporanea a modo mio.
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